Arrivo a leggere “Studio” solo al secondo numero. Fantastica. Come dichiara il direttore Federico Sarica nell’editoriale, la rivista si ispira dichiaratamente al New Yorker e al concetto di slow journalism. Articoli lunghi e approfonditi su letteratura, politica, società , moda e musica. Tutto molto glamour e con la giusta dose di ironia.
Belli gli articoli sul partito di massa liberale, la costituzione della nuova casa editrice Milan Review, l’intervista al diretto della Paris Review e i reportage su Romanino, il cinese più vecchio di via Paolo Sarpi e su Rublevka, il quartiere degli oligarchi di Mosca.